| INTORNO ALLA MEMORIA CHE FUNGHISCE di Alessandro Castellari Memoria non è peccato fin che giova. Dopo è letargo di talpe, abiezione che funghisce su sé... Eugenio Montale All'inizio c'è la pioggia: "Tutta quell'acqua che scendeva ubriaca nel vento bizzoso, le strade ridotte a torrenti, le facciate dei palazzi infradiciate ed incupite, le auto impotenti negli ingorghi..." Altrove è la nebbia: "Uscì nella nebbia che galleggiava sui tetti dei borghi e sprofondava negli slarghi e nelle piazze seminando galaverna sui marciapiedi. Camminò nelle strade pacificato dalla notte." O è il mare opalescente della Liguria invernale: "Pensava a quel ragazzo, fissando il mare che gli provocava sempre un senso di straniamento e di spossatezza da convalescente." Scorci paesistici che sono spesso atmosfere dell'anima. Questo ci indica quella che io credo essere una fondamentale chiave di lettura dei migliori romanzi di Varesi. C'è in essi una doppia dimensione che, in termini narrativi, può essere ricondotta alla "vicenda" e al "senso" e che, in termini musicali, potrebbe essere nominata movimento e tonalità: nella tradizione classica della forma-sonata (almeno quella viennese di Haydn, Mozart e il primo Beethoven) un conto è la tripartizione dei movimenti allegro-adagio-allegro determinati dalla velocità o lentezza prevista dalla partitura, altro conto è la tonalità dominante, dal sol maggiore normalmente aperto e brillante al re minore normalmente ombroso e meditativo. Ecco, il re minore, appunto. Valerio Varesi si serve di questa tonalità per circuire, attraverso le perplessità e i dubbi del commissario Soneri, quel lato oscuro della vita che sta al fondo di qualsiasi storia criminale (e di qualsiasi altra storia). È ben chiaro a Soneri, qui ed altrove, che una vicenda criminale risolta con la scoperta del colpevole non è che una banale semplificazione; che il guazzabuglio delle passioni non segue la logica razionale della causa (movente) e dell'effetto (crimine); e che comunque anche i casi risolti conservano le loro insondabili profondità. Per questo mi pare a lungo andare un luogo comune, un troppo comodo strumento di classificazione quello per cui Varesi è "il più simenoniano dei giallisti italiani". Certo, fra il detective "hard boiled" Marlowe e il commissario Maigret, Soneri è più vicino a quest'ultimo, se non altro per alcune pensose lentezze e per il piacere della buona tavola. Ma nei gialli di Varesi c'è una intonazione, diciamo pure uno stile tutto suo e perfettamente adeguato alla complessità sfuggente dell'agire umano, ad una ricerca senza certezze in un mondo in cui tutti sembrano avere la verità in tasca o si accontentano di quella gridata ogni mattina dai titoli dei giornali (ah, il piacere del questore Capuozzo per le conferenze stampa!). Uno stile in re minore, appunto. In È solo l'inizio, commissario Soneri l'omicidio di Elmo Boselli, uno dei leader più in vista del '68 parmigiano, e il suicidio di un giovane sconosciuto (due vicende che sembrano così lontane, ma che rivelano a poco a poco strane corrispondenze) sono i due "temi" (ancora un termine quasi musicale) che si alternano e si intrecciano nell'ampia partitura dei "movimenti" del romanzo: ora lenti ed indugianti, ora veloci ed incalzanti. È una dolente ricognizione su quella generazione sessantottina che si è aggirata ben presto, esauriti gli "eroici furori", fra le macerie delle illusioni e delle utopie, aggiungendo danni a danni o sprecando il tempo duro della maturità in fughe spiritualistiche, in arroccamenti ottusi nei miti giovanili, in salti della quaglia verso i soldi e il facile successo, ma sempre lasciando che la propria vita, gli affetti, i rapporti coi figli fossero "divorati" dal passato, dalla memoria che funghisce, come dice Montale nella Voce giunta con le folaghe. In questo passato, fantasma assillante o cadavere portato via in fretta senza l'elaborazione del lutto, la morte di Elmo affonda. E se essa può essere ricondotta a vari moventi, nessuno di loro potrà mettere in luce il fondo oscuro delle passioni. Alla giustizia umana può bastare il colpevole, al commissario Soneri e ad uno scrittore come Varesi no. |