Valerio Varesi
“IL COMMISSARIO SONERI E LA MANO DI DIO” di Valerio Varesi

Recensione di Alessandro Castellari


La tonalità meditativa de Il commissario Soneri e la mano di Dio

Conoscerai come la Necessità
guidando la volta celeste
costringe gli astri a tenere i confini.
PARMENIDE


Quando un buon libro viene pubblicato non è più solo del suo autore, ma è anche e soprattutto dei suoi lettori. Ciascuno di essi trova nel libro qualche personaggio, qualche tema, qualche dettaglio che entra in relazione con i suoi pensieri, le sue idee, le sue esperienze, tanto che si potrebbe dire di un buon libro quello che Italo Calvino diceva dei classici, che cioè esso "non può esserti indifferente e ti serve a definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui".

Ho letto con grande piacere Il commissario Soneri e la mano di Dio: una vicenda incalzante e appassionante perché sorretta da quell'arte narrativa di Varesi così "netta, precisa, calcolata", come ha detto qualcuno. Ho ritrovato il miglior Soneri, nauseato dal teatrino ingordo ed immorale che lo circonda, ma anche ricco di compassione umana; stanco dei troppi omicidi che hanno riempito la sua vita di investigatore, ma anche capace di rinfrancarsi fra le braccia di Angela o davanti ad un piatto fumante di anolini in brodo e ad un bicchiere di Gutturnio. Eppure quello che mi ha più colpito non è stata la vicenda del "giallo", ma un tema, o meglio una tonalità dominante, come si direbbe in musica, che percorre il romanzo dall'inizio alla fine. Una tonalità meditativa e grave, una sorta di classico "re minore", per conservare la metafora musicale.

Il romanzo si apre con un piccolo vassoio da pasticceria con sopra due dolci a forma di scarpetta, due biscotti ricoperti di glassa e tempestati di scaglie di zucchero gialloblù: i colori della città. È il 13 gennaio, la festa del patrono di Parma, Sant'Ilario di Poitiers, che a metà del quarto secolo capitò in città e si fece risuolare le scarpe sfondate. Di qui la tradizione delle scarpette. E la contemplazione di quelle scarpette fa emergere in Soneri un brutto pensiero:"alla sua età aveva già mangiato più della metà delle scarpette che gli spettavano". Sembra un tocco senza importanza di malinconia, una delle tante confidenze a cui si può lasciare andare con Angela E invece questa consapevolezza della morte, come limite e "necessità" dell'umano, mi sembra percorrere dall'inizio alla fine il romanzo e costituire il punto di osservazione dal quale valutare la sensatezza o l'insensatezza dei nostri gesti. Da questo punto di osservazione il romanzo vive nel contrasto drammatico fra "il senso del limite" e la "tracotanza" (la húbris greca), fra coloro che vogliono salvaguardare l'equilibrio naturale, perché la natura che ci dà la vita e la morte non può essere violata, e coloro che, avidi di danaro e di potere, vogliono deturparla e distruggerla, e non si accorgono di precipitare se stessi e la società intera nel disastro. Su questo sfondo antropologico della húbris, della perdita cioè di quel senso del limite su cui i Greci fondavano la Giustizia (Díke) e l'Armonia (Kòsmos), s'accampa il "romanzo sociale" di Varesi: le speculazioni per trasformare la montagna dell'alto Appennino parmigiano in un alveare di villette turistiche, sciovie e piste da sci; le scatole cinesi delle società finanziarie per riciclare il denaro sporco; i traffici della droga lungo gli antichi sentieri della Via Franchigena percorsi un tempo dai pellegrini devoti o dai partigiani che si battevano per un mondo migliore.

Quello che mi ha colpito sul piano letterario è che questa tonalità meditativa e grave che ci parla del senso del limite e della tracotanza si addice alla concentrazione drammatica ("pièce drammatica", è detto a un certo punto) di una vicenda che si sviluppa esclusivamente nei luoghi della dorsale appenninica, fra i boschi e le rocce di una natura intatta ed insidiata; e si svolge nel tempo breve di una settimana: come se Varesi cercasse nelle unità aristoteliche della tragedia classica l'antico mito della lotta fra la natura che deve conservare il suo ciclo eterno e quei mortali che aspirano a sottrarsi alla sua Necessità per fondare un mondo sempre più lontano da essa. Salvo poi avere orrore per la fine che a tutti è destinata e barattare la paura della morte con una impossibile "sicurezza" sulla quale lucrano politici ed affaristi. "Accettare il limite", dice spesso Afro, la guardia forestale, un personaggio vivissimo e "filosofo", come a volte capita nei romanzi di Varesi.