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RECENSIONI & TESTIMONIANZE

Valerio Varesi “L’ora buca”

Valerio Varesi 

Valerio Varesi “L’ora buca”
Frassinelli Editore

https://www.edizionifrassinelli.it/

Questo è un libro che nasce per raccontare la nostra crisi culturale. Volevo parlare della scomparsa dall’odierno orizzonte, di qualsiasi visione prospettica di media-lunga durata. In definitiva dell’assenza di un progetto sociale e di un’idea di società. Il dominio dell’apparenza e della soddisfazione immediata è ormai totale sia in politica che nelle aziende. Ciò consente, specie in politica, l’emergere di parvenu totalmente incompetenti sia sul piano culturale che sul piano amministrativo. In questo si è innescato un processo secondo cui chiunque può fare tutto. Un principio mirabilmente riassunto nei programmi demagogici della politica di oggi che arriva a prospettare l’estrazione a sorte degli amministratori. Ecco che mi è balenata l’idea di raccontare l’ascesa e la decadenza di una di queste meteore, un insegnante che non vuole morire nell’anonimato e decide di soddisfare il proprio desiderio di notorietà. Nel mondo massificato dove gli individui non contano niente, nel livellamento globale, l’unica salvezza è distinguersi, essere riconosciuti perché siamo sconosciuti a noi stessi. Mettendoci una maschera di notorietà possiamo coprire il vuoto che ci spaventa e avere un ruolo. Per ottenerlo siamo disposti a sacrificare anche la nostra vita. Ho voluto così rappresentare il mondo d’oggi. Il mondo in cui le sorti di molti Paesi sono in mano a personaggi così ambiziosi dall’aver iniziato il proprio percorso nei giochi a quiz televisivi o percorrendo il mondo dell’economia prescindendo da qualsiasi scrupolo.

Per ascoltare l’intervista clicca QUI

Valerio Varesi, nato a Torino nel 1959, vive a Parma e lavora nella redazione de la Repubblica di Bologna. Romanziere eclettico, è il crea- tore del commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitti con Luca Barbareschi. I romanzi con Soneri sono stati tradotti in tutto il mondo e nel 2011 l’autore è stato finalista al CWA International Dagger, il prestigioso premio per la narrativa gialla. Nel 2017 ha vinto il premio Violeta Negra per il miglior romanzo noir.

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L’ora buca di Valerio Varesi

L'ora buca

È tutto così leggero, fragile, confuso. E noi a svolazzare orbi lanciando grida a cui rispondono solo i muri. Come i pipistrelli.

In un mondo in cui l’esistenza è legata all’apparenza, fino a dove può spingersi un uomo per uscire dall’anonimato e lasciare una traccia di sé dopo la morte? Durante l’ora buca un professore di fisica, non a caso senza nome, disquisisce con il collega Pampaluga sulla precarietà della condizione umana. “Siamo stati sputati fuori con un colpo di tosse da una spaventosa gola nera senza fondo.”Insegnare fisica in un liceo porta alla disperazione.” Costringe a sentirsi insignificanti, trascurabili, inutili. E a trasmettere la stessa frustrazione ai ragazzi, come untori che diffondono disincanto. Mezzeseghe, dice Pampaluga. Definizione che finisce per tormentare il Professore, come una sorta di ossessione. Vuole lasciare la scuola, stanco di disilludere adolescenti ignari della precarietà dell’uomo e si imbatte nell’Agenzia, che dopo un colloquio, lo sottopone ad una sorta di iniziazione, affidandogli incarichi per testarne le abilità. La prima prova consiste nell’ indossare i panni del marito defunto di una vedova inconsolabile. Poi dovrà distruggere la reputazione di un giudice incorruttibile con l’uso spregiudicato di fake news costruite a tavolino. Nel frattempo approfondirà la conoscenza delle attività dell’Agenzia. Superate con successo le prove di iniziazione, l’Agenzia lo accompagnerà verso la notorietà agognata. Dovrà spogliarsi di ogni rigurgito di etica ma la rivalsa dall’anonimato, per il professore, non ha prezzo.

L’ora buca è stato catalogato come distopia da chi è solito apporre etichette alle opere letterarie. Non sono del tutto d’accordo: non definirei distopica questa lucida e feroce analisi di una società, la nostra, che privilegia l’apparire all’essere, in cui il destino dei singoli prevarica l’interesse collettivo. Gli individui che svolazzano lanciando grida a cui rispondono solo i muri, come fossero pipistrelli, evocano la solitudine esistenziale conseguente alla crisi valoriale degli ultimi decenni. Le esperienze fasulle, le emozioni forti che lasciano incolumi richieste dai clienti, sono il passo successivo al mondo virtuale che già sostituisce le esperienze vere. L’uso utilitaristico della politica, non più ideale, governo delle nazioni ma un mezzo per esercitare potere, per soddisfare ambizioni, non è invenzione narrativa, così come non lo è il consumo usato come anestetico per impedire il pensiero. Arguta la riflessione sull’uso strumentale della tecnologia, droga del nostro tempo, più efficace e precisa di ogni sostanza stupefacente. Il protagonista, che si spoglia di scrupoli ed etica per fame di ambizione, ha molto in comune con Domenico Nanni de “Lo stato di ebbrezza” ed è l’opposto dell’onesto Fernando Savani de “Le imperfezioni”, in una progressiva deriva morale dell’individuo.

La prosa elegante di Varesi si affina ad ogni romanzo. Colpisce la perfezione dei dialoghi e l’originalità di similitudini e metafore. “L’ora buca”, seguito ideale de “Lo stato di ebbrezza”, è un’analisi sociale lucida, arguta, amara e cinica. Un pugno allo stomaco. Forse, per ora, il capolavoro dell’autore.

Monica Pedretti

RECENSIONE DE “L’ORA BUCA” DI ALESSANDRO CASTELLARI

Quest’ultimo romanzo di Valerio Varesi sembra avere la forma retorica di un’iperbole. Ma in letteratura l’iperbole (da Rabelais in poi) è spesso un cannocchiale che ingrandisce e mostra vicine le cose lontane o non ancora imminenti. La voce narrante del protagonista che prende parola dopo “l’attimo più bello di un’intera vita”, quello in cui una donna gli spara e forse l’uccide; questo modesto professore di fisica dalla vita inconcludente e forse superflua che vince le elezioni e diventa capo del governo; lo squallore dei club di scambisti dove però si ascoltano parole intelligenti e desolate sulla “genetica del nostro subconscio” o sul valore simbolico del linguaggio: questa è l’iperbole romanzesca che utilizza Varesi.

L’ora buca ti avvicina dunque a cose che possono costituire il nostro prossimo futuro con un’amplificazione che un po’ ci spaventa con la loro… grottesca verisimiglianza, se così si può dire.

Prendiamo l’Agenzia a cui il nostro professore si affida per uscire dall’anonimato (a proposito: ha un senso che di lui non si sappia nulla della sua vita e neppure se ne conosca il nome): è un’organizzazione che sta fra la mafia, la loggia massonica, l’agenzia che organizza un virtuale onnipotente, la Bestia di Salvini. Ma quello che è veramente importante è che anche il potente Tomassoni, quello che dirige il professore, non sa molto dell’Agenzia: essa non ha volto e si trova in tanti luoghi; è un potere globale e per questo impalpabile. Non c’è proprio nessuno fra i tanti suoi addetti ed adepti che conosca il fine del proprio lavoro. È esattamente il ruolo che assume il lavoro, performativo settoriale e cieco, nell’età della tecnica, come ribadiscono continuamente filosofi e psicoanalisti come Galimberti e Severino. Insomma, “un sapere che è fuori dai cervelli”, la più radicale forma di alienazione.

Prendiamo la parte più intensa del romanzo, quella del rapporto sullo schermo fra il professore e Gina, la vedova inconsolabile. Un dialogo continuo e alla fine coinvolgente per entrambi tutto giocato fra il virtuale e il reale, fra il vero e il falso. E non c’è nulla di più falso di ciò che è vicino al vero. “Una lavagna in cui lei [ma chi è lei?] scrive e cancella continuamente i suoi sentimenti”, e lo schermo attraverso cui dialogano sconfigge la materialità dei corpi, tanto che le presenze ambigue e viziose dei club degli scambisti sembrano quasi offrirci un soffio di vita vera.

Dicevo della materialità dei corpi. Il dialogo iniziale del protagonista col collega Pampaluga sulla cialtronaggine della scienza con le sue ipotesi fluttuanti, sulla materia oscura di cui nulla si sa stabilisce una opposizione radicale con gli alunni che, guardando dalle finestre, vedono passanti, auto e case: cose sicure e materiali rispetto alle menate intellettuali dei loro professori. Così il vero eroe antagonista è il bidello Mario che fuma beato le sue sigarette in cortile, che viene da un mondo solido con dentro “il granito di un’educazione semplice”, che si tromba tranquillo alcune professoresse insoddisfatte e malmostose. Nel centro logistico operativo dell’Agenzia, dove è raccolta per via informatica la massa enorme della comunicazione elettronica vien voglia di fare il tifo per i topi che possono mangiare i cavi e mettere in crisi il sistema. Sì, i topi e il bidello Mario ci possono salvare ancora per un po’ con la loro realtà corporea dalla smaterializzazione che ci attende.

L’ora buca è anche un manualetto di istruzioni (ma non un bugiardino) sul futuro politico prossimo venturo. In un contesto di gente che urla la propria insoddisfazione e che ha bisogno di un capo che prenda il comando dello scontento alimentando paure e sogni, di fronte alla desertificazione dello Stato, bisogna pur credere che ci sia un passaggio semplice e popolare verso una maggiore “democrazia”: ciascuno per sé e un capo per tutti. Ecco allora il Movimento creato dall’Agenzia, una scatola vuota in cui si può mettere tutto ciò che si vuole, basta saperla raccontare bene, perché il potere si fonda su una narrazione convincente. Frasi semplici, orecchiabili, quelle che la gente vuole sentire e può memorizzare. Fine della complessità, fine del dubbio, fine della ragion critica. Quando per il nostro eroe inizierà la fase discendente nei sondaggi e le sue comparse in tv diventeranno sempre più impacciate, egli verrà sostituito (seguendo le indicazione dei sondaggisti, dei pubblicitari e di ogni altro esperto del settore) magari da una donna di mezza età, ancora piacente, rassicurante e materna, e il nostro eroe potrà essere eliminato.

Varesi con la sua prosa limpida e ricca di immagini ci porta sempre dentro alle poche luci e alle molte tenebre del mondo contemporaneo: nel Rivoluzionarionello Stato di ebbrezzama anche nei noir del commissario Soneri, nonostante la delizia dei paesaggi delle nostre parti e degli anolini in brodo.

 

Alessandro Castellari

Valerio Varesi – L’ora buca

Editore Frassinelli
Anno 2020
Genere thriller
336 pagine – brossura e epub


Valerio Varesi, scrittore – ideatore della fortunata serie con protagonista il commissario Soneri – e giornalista de La Repubblica, torna alle stampe con “L’ora buca”, edito da Frassinelli.
“L’ora buca” per me è stato un libro molto impegnativo, è un libro che non dà tregua, ogni pagina fornisce spunti di riflessione e i dialoghi tra i protagonisti hanno un livello molto alto.
Non è stato facile buttare giù le mie impressioni perché tecnicamente non ho la forza narrativa e di analisi necessarie per raccontare questo libro così importante e notevole. Ci vorrebbe un’analisi tecnica-politica-filosofica, almeno. Non avendo questa capacità le mie impressioni saranno il frutto del mio sguardo da spettatrice della realtà che ci circonda.

La prima cosa che mi ha colpita è il fatto che il protagonista che racconta in prima persona la storia non ha un nome. I co-protagonisti si, lui no. Mi sono chiesta il motivo di questa scelta e ho pensato che non ha un nome perché ognuno di noi potrebbe essere lui. Ognuno di noi potrebbe trovarsi nella sua situazione. Lui è un insegnante e insoddisfatto della vita che conduce. Come molti.
“Per i ragazzi siamo noia e per i genitori una spesa inutile. Ci sopportano solo perché intratteniamo i loro figli almeno mezza giornata. Un professore o una babysitter non fa differenza.”

L’inutilità che spesso lo coglie quando è con i suoi alunni, la consapevolezza di non essere guardato e ascoltato con la giusta attenzione. Il disagio che prende sempre più piede e porta a cercare delle vie di uscita. Vie d’uscita che pensiamo essere salvifiche ma che nella realtà ci intrappolano ancora di più, incastrati in un sistema che disintegra le persone, le rende contenitori dove riversare concetti, pensieri e desideri inutili. Quel sistema ci convince invece che quei concetti, quei pensieri e quei desideri siano fondamentali, per noi e per la conduzione della nostra vita. Il nostro professore si ritroverà ad affrontare una dinamica allucinante, proprio perché convinto del fatto che vuole cambiare la sua esistenza barattandola con una che gli fornisca visibilità e successo, contro quella attuale che lo relega a controfigura di se stesso e non gli procura nessuna soddisfazione.

Per realizzare il suo obiettivo il protagonista entra a far parte di un’Agenzia. E prima di realizzarlo, verrà utilizzato per attuare i desideri di altre persone. Utilizzato per poi poter essere pronto a conseguire il suo di desiderio.
… Mi ha spiegato che l’Agenzia ha molti collaboratori in svariati settori e che tutti sono ben pagati. “ Come tanti professionisti cui noi diamo incarichi tenendoci una parte degli utili”, – ha chiarito. – “Ma a lei non credo interessi più di tanto il danaro” -, ha detto studiandomi. – “No, infatti”, ho confermato io. “Quel che basta per campare senza affanni.” Tomassoni ha sorriso: “Capisco”, ha annuito, “questo la rende un tipo interessante”.
“E’ per il fatto che non ritengo di esserlo che sono qui.”
“Lo so, lo so…” ha ripreso l’uomo come se fosse un’ovvietà.
“Però deve prima entrare nello spirito dell’Agenzia, capire come agiamo. E farlo per gradi. Lavoriamo nel campo dell’immaginario… Finora l’immenso territorio del virtuale è stato sfruttato per cose ridicole. Ci hanno fatto pascolare qualche mucca e rivoltato le zolle. Noi stiamo costruendoci un’industria.”

L’apprendistato del protagonista sarà proficuo, si comporterà molto bene, è ben predisposto verso questa nuova attività, ha tutte le capacità giuste, riesce a districarsi nel migliore dei modi. In una certa situazione contribuirà in maniera efficace dando il giusto input. L’Agenzia ha necessità, per favorire una persona, di fermare un magistrato non compiacente. Bene, il nostro professore avrà lo spunto giusto per creare una campagna denigratoria costruita ad hoc per stroncare la carriera, la dignità e l’autorevolezza di quel magistrato. E ci riusciranno. Tutti punti a favore del protagonista che a questo punto è pronto per fare il salto di qualità.
L’autore ci mostra come viene creato un personaggio, cosa fargli dire, cosa fargli fare, come vestirsi, come atteggiarsi, come porsi nei confronti delle persone. Tutto è costruito a tavolino, discusso, valutato, provato. L’immagine che vediamo è frutto di una tattica, di qualcosa di prestabilito che ha come scopo quello di raggiungere e convincere la massa, quella massa che si fa guidare verso quello che il Sistema vuole, facendole credere però che a decidere sia lei.
Ma al minimo errore il personaggio costruito paga e paga amaramente. Così come è stato costruito, viene demolito. La sua quotazione scende e in qualche maniera deve essere allontanato e cancellato. E’ una demolizione anch’essa costruita ad hoc. La fine scelta è allucinante e il paradosso è che il protagonista è felice della sua fine perché prima di tutto ha raggiunto il suo scopo. Il resto non conta. E’ un finale che lascia esterrefatti. E non siamo lontani da una realtà che sta prendendo sempre più piede nella nostra società.

“L’ora buca” è un libro distopico e come i libri distopici ci racconta una realtà estremizzata agli eccessi che però non si allontana di molto da quello che ci circonda.
Una società in cui la realizzazione dei propri desideri è talmente fondamentale da farci perdere però il senso della realtà, una società in cui è tutto troppo veloce. L’informazione, qualunque essa sia, ha bisogno sempre di un ricambio repentino, ci stanchiamo subito e abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo sempre. Una società che costruisce a tavolino persone e situazioni, che fa credere che sia tu pubblico a scegliere e invece non fa altro che subire, non deve pensare, non deve riflettere, deve pensare di essere felice ed appagato.
“L’ora buca” ha tantissimo altro al suo interno, ripeto, è una riflessione continua su diversi argomenti, tutti interessanti, è un descrivere in maniera autorevole e professionale la realtà di cui facciamo parte. Varesi lo fa con lo sguardo da scrittore e da giornalista, da testimone qualificato della cronaca politica, economica, sociale che viviamo quotidianamente.
A fine lettura mi sono chiesta se abbiamo tempo per recuperare i nostri errori o se la deriva ormai è inevitabile. Il degrado è talmente alto che propendo per la seconda opzione.
I libri come “L’ora buca” dovrebbero servire proprio a farci aprire gli occhi, a farci rendere conto che è in nostro potere cambiare le cose, se solo lo volessimo davvero.

Cecilia Dilorenzo

La Debicke e… L’ora buca

Valerio Varesi
L’ora buca
Frassinelli, 2020

Valerio Varesi aveva preannunciato questo libro come un figlio dell’attuale crisi culturale, un libro di rinuncia, di rabbia di fronte all’impossibilità di una purchessia visione sociale a breve. Insomma l’impossibilità di pensare a un progetto o a un’idea valida di vita in un mondo, quello di oggi, dove la sovranità dell’apparenza e dell’immediato appagamento sono al top ovunque si guardi. Tra la gente, nel sistema o in azienda, i valori sembrano pronti ad essere spazzati via dalla paura e invece conta solo l’esplosione mediatica di un attimo, un’ideale supernova. Lo si vede in ogni situazione, anche in politica, con il frenetico e osannato boom di nuovi incompetenti e la futura prospettiva del tirare a sorte coloro che dovranno governare. Si assume il dogma che tutti sappiano fare tutto. E, per spiegarcelo, Valerio Varesi, a suo buon modo, ha deciso di raccontarlo con il successo e poi la rovina di una di queste supernove, un anonimo professore di fisica, definito solo il Professore, che si sente vuoto, inutile e vorrebbe appagare la propria ambizione. Per farlo dovrà asservirsi alle perverse regole del gioco per raggiungere la fama. Anche a costo di sacrificare tutto, persino la vita.

Nell’aula professori, due insegnanti di materie scientifiche di una non meglio identificata scuola superiore, comunque un liceo, durante le ore buche dagli orari di lezione discutono e fanno colazione a base di fumanti arancini sotto lo sguardo accomodante del bidello Mario. Lui, la mezz’età onnipresente, godereccio, so tutto e, forse, appagato dalla vita. Il protagonista della storia di Varesi, il Professore, spiegherà cervelloticamente al collega, afflitto dal ridicolo cognome di Pampaluga, come rapportare la loro attuale condizione umana a quella di un pianeta, paragonabile a una specie di arancino (crosta fragile con centro incandescente) che vaga nell’universo infinito. Per lui insegnare sta diventando sempre più difficile e quasi impossibile attenersi al programma. Non gli piace rivendere con granitica certezza leggi fisiche oggi comunque confutabili da allievi – strano direte di questi tempi e invece – attenti curiosi, consapevoli e che amano contestare a parole e discutere la materia. Insomma vegeta, lavorando con poca convinzione, e con il collega Pampaluga, in crisi matrimoniale, si lascia trascinare per pigrizia in lussuosi locali di scambisti, finché non riceve un’offerta molto particolare da una misteriosa Agenzia. L’Agenzia per cominciare gli propone un lavoro part time, tramite il quale potrebbe rimpolpare le sue finanze, per poi puntare più in alto, magari arrivare a conquistare un posto di alto livello nel mondo.
Ci riflette, accetta; il primo di una serie di complicati test e prove pratiche da affrontare, sarà indossare l’identità di un morto, avvalendosi di sofisticate tecniche virtuali, per poter consolare Gina, bella vedova capricciosa poco più che cinquantenne, che vuol tenere in vita il marito senza ricorrere a una medium. Il secondo test, forse più crudele e impegnativo, lo metterà alla prova in un compito compromettente: distruggere completamente la reputazione di un integerrimo giudice che, con le sue indagini, intralcia il cammino della politica. Il Professore ci riuscirà costruendo e diffondendo un sofisticato ventaglio di fake news. Niente di più facile, sappiamo tutti quanto danno possano fare e anche se poi vengono smentite…
Insomma questi primi successi saranno per il Professore la piattaforma dalla quale lanciare la sua nuova carriera. Non importa se la scuola l’ha messo in congedo per uno scontro ideologico-religioso con un ragazzo, ormai lui è in pista, pronto per decollare. Ma accontentare tutte le complicate richieste dell’influente ma inquietante Agenzia non sarà facile. E il patto stretto dal Professore è molto rischioso e prevede un prezzo altissimo da pagare.

L’ora buca è una metafora dell’odierno vuoto esistenziale. In un mondo in cui l’essenza vitale troppo spesso è solo legata all’immagine, ci narra cosa può arrivare a fare un uomo e quali limiti può decidere di valicare, pur di farsi conoscere e sfuggire alla costrizione dell’anonimato, toccare la celebrità, lasciare una traccia tangibile dietro di sé. In L’ora buca, vero capolavoro del genere dissacratorio, Valerio Varesi ci spiega, con bravura e crudele ironia, cosa può riuscire ad accettare il suo protagonista, a cui addirittura rifiuta di dare un nome, e con lui una certa pseudo umanità che gli pone a fianco, pur di emergere a ogni costo. Niente giallo stavolta, molto caro a Valerio Varesi, che tuttavia ci vizia con un romanzo acuto e intelligente che scava a fondo in certe oscure miserie umane pur facendo l’occhiolino al fantascientifico. Un romanzo contraddistinto come sempre dalla sua elegante scrittura e ma anche dalla sua feroce e talvolta spiazzante analisi sociale.

Valerio Varesi, nato a Torino nel 1959, vive a Parma e lavora nella redazione de «La Repubblica» di Bologna. Romanziere eclettico, è il creatore del commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitti con Luca Barbareschi. I romanzi del commissario Soneri sono stati tradotti in tutto il mondo. Varesi ha inoltre pubblicato per Frassinelli La sentenza e Il rivoluzionario, con cui ha iniziato una propria personale ricognizione della Storia. Lo stato di ebbrezza conclude questo percorso, arrivando fino ai giorni nostri.

Da The Blog Around The Corner

 

 

 

L’arancino su cui camminiamo

L’ora buca, di Valerio Varesi (Frassinelli 2020) di Alessandra Calanchi

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Sono sempre stata affascinata dalle supposizioni più o meno fantascientifiche riguardanti il nostro pianeta, a partire dalla teoria della Terra Cava, molto in auge nell’Ottocento, fino alla fantasia della Terra Piatta, che conta tuttora adepti dotati di testarda immaginazione, passando per la Terraformazione, che è un modo bizzarro di definire la clonazione di nuovi pianeti sul modello del nostro (come se ne valesse la pena). Ma devo ammettere che l’immagine che ci regala Varesi nelle prime pagine di questo suo nuovo, intrigante romanzo – la Terra come un arancino – mi ha definitivamente conquistata.

A parte l’implicito omaggio ad Andrea Camilleri, indimenticato e indimenticabile, e alla mitica signora Adelina, devota nutrice del ghiotto Montalbano, la Terra-arancino è una perfetta metafora esistenziale del nostro qui-e-ora, un pezzo glorioso di italianità destinato al consumo rapido e alla digestione ineluttabile, ma anche superba metafora esistenziale che collega la Sicilia al cosmo, un Professore di scienze (che sembra uscito da Il pianeta di Mr Sammler) ai mille programmi gastronomici che ci propina quotidianamente la TV, una pratica politica fatta di traguardi alla “precarietà di sentirsi sotto tiro”.

Meravigliosi gli studenti del Professore, che – diversamente dal pregiudizio diffuso che considera tutti i millennials un gregge di giovani apatici e disinteressati – si buttano in discussioni argute ed estremamente consapevoli. Commovente il collega del Professore, che ricerca nell’utero post-materno di Club molto privato (erede evidente del celebre masque di Edgar Allan Poe, soprattutto in tempo di pandemia) l’emozione più perversa di tutte: ricongiungersi, mascherato, con la propria moglie. E che dire della misteriosa signora Gina, vedova consolabile e capricciosa che tiene in vita il marito senza bisogno di ricorrere a una medium – o meglio, il medium c’è, ed è il messaggio, come diceva Marshall McLuhan. Messaggio incarnato (o disincarnato) dal Professore stesso, che nel tempo libero (ma quanto ne hanno i docenti nei romanzi?! Fosse così nella realtà…) accetta da una segretissima Agenzia un incarico bizzarro: trasformarsi nel marito defunto di lei, prima solo tramite la voce, poi anche col volto – una metamorfosi identitaria non priva di rischi, ma resa inevitabile (e non solo possibile) dal maquillage virtuale delle nuove tecnologie.

Man mano che si procede nel testo gli incarichi aumentano, cosicché finiamo per entrare – insieme al Professore – in un’altra mascherata, quella della nostra contemporaneità, di cui vengono messi a nudo alcuni dei risvolti più problematici e controversi, come il processo social-mediatico di costruzione della macchina del fango, l’intelligenza artificiale spazio-temporale, l’organizzazione della difesa nazionale. Sullo sfondo aleggia una disperazione collettiva che non trova più vie d’uscita: uno studente che cade da una finestra, operai suicidi, una ragazza malata che vuole ibernarsi per sfuggire alla morte e risvegliarsi – come nel Dormiglione di Woody Allen – in un’epoca di cui non si sa nulla, ma in cui certamente sarà possibile curarsi.

Per non fare spoiler mi fermo qui. Dirò solo che dalla schiuma di una scrittura impaziente e raffinatissima emerge il miglior Varesi, che si prende una vacanza dal tormentato commissario Soneri e strizza l’occhio a Brave New World, a Luigi Pirandello, al transumanesimo – ma anche a The Place di Paolo Genovese (2017), alla Dottrina del male di Alessandro Berselli (2019), e forse anche al primo episodio della seconda stagione di Black Mirror (“Be right back”, 2013).

È un Varesi che vuole scappare dalla museruola del giallo – e dai grigi della nebbia padana – per entrare nell’atmosfera più cupa del noir, quello vero, quello profondo, quello dell’anima che s’interroga e si decostruisce corteggiando la dannazione. Non importa se manca un detective riconoscibile, se il crimine è talmente diffuso da essere impalpabile e quasi irriconoscibile. Tutto ciò che svolge il Professore (perseguitato da un “inopportuno senso della giustizia”) ricalca pedissequamente lo schema dell’hard-boiled, dalla presa in carico dei problemi della dark lady fino al suo sprofondare sempre più nei meandri di una società amorale/umorale. E le sue tante telefonate a Gina, che costellano il romanzo e ne fanno il vero leitmotiv, non sono altro che la più moderna espressione dell’investigatore hammettiano e chandleriano che da P.I. (private eye, occhio privato) si è trasformato in private ear, orecchio privato. Del resto, la critica al mondo dell’immagine che ci ha resi ombre è palese e reiterata, e la caccia all’uomo del finale ci ricorda più quella di Fahrenheit 451 che la dissolvenza di Winston Smith nell’abbraccio del Big Brother.

Ho detto in privato all’autore che qualche virgola in più non avrebbe guastato. Ma ora voglio fare ammenda. Va bene così. Perché è un romanzo senza fiato, che va letto di corsa, come l’Urlo di Allen Ginsberg o il monologo di Molly Bloom. E tengo a precisare che, a dispetto dei vari cross-over da me segnalati, e anzi grazie anche a questi, il romanzo è di un’originalità e di un’attualità disarmanti nel panorama italiano e non solo. Infine: non pensate che l’arancino sia un’innocua versione in salsa local della più aulica madeleine proustiana – no, è un boccone prelibato che vi farà venire l’acquolina in bocca solo per rimanervi piantato in gola. Perché l’ora buca non è soltanto l’ora di pausa fra una lezione e l’altra, ma un grande buco nero pronto a inghiottirci, fatto com’è – che James Ellroy mi perdoni – dei nostri luoghi oscuri. E la Terra su cui camminiamo, la crosta di quell’arancino dal cuore filante, è (come ormai ben sappiamo) pronta a sbalzarci via, anzi: temo che non aspetti altro.

GLI INVISIBILI: GUIDO CONTI INTERVISTA VALERIO VARESI

 

 

Valerio Varesi, dopo Il fiume delle nebbie, uno dei suoi libri più famosi, torna con Gli invisibili, Mondadori, tra gli argini del Po. Un luogo a lui caro.

«Sì, il Po è uno degli ambienti che mi suggerisce molte emozioni. È un luogo letterario descritto da grandi autori come Guareschi, Zavattini, Bacchelli e, ultimamente, dal mio amico e conterraneo Guido Conti. Il fiume è una sorta di zona franca dove tutto può accadere. È il mistero, la mitologia, la brutalità delle alluvioni e la dolcezza dello scorrere placido della magra. Chi ci vive ha caratteristiche particolari tali da assumere la dimensione di personaggi veri e originali. Insomma, lo scenario perfetto per una storia noir a partire dalla nebbia.».

 

Soneri è diventato uno dei protagonisti della letteratura degli ultimi anni non solo in Italia.

«È un commissario schivo, poco incline ai formalismi, insofferente verso la vita delle questure impregnate di fumosa burocrazia e amante delle cose semplici come la cucina e i piatti parmigiani confezionati con cura dal suo oste preferito, l’Alceste del Milord. Ha una compagna avvocato, Angela, piuttosto combattiva che lo compensa nei momenti peggiori col suo pratico buon senso. Alle spalle ha qualche maceria, come tutti: una moglie morta mentre dava alla luce un figlio che non è mai nato».

 

Varesi ha imparato bene la lezione di Simenon, ha creato Soneri e i “romanzi romanzi” con la Trilogia di una Repubblica: La sentenza, Il rivoluzionario e Lo stato di ebbrezza. Due mondi e due forme di racconto.

«Credo che il giallo/noir, sia uno strumento efficacissimo per raccontare l’oggi, magari a partire da un fatto di cronaca che sia rappresentativo del nostro vivere. Il noir come romanzo sociale, non romanzo usa e getta, come troppo spesso accade oggi. Con la Trilogia ho invece provato a raccontare il nostro dopoguerra, dalla Resistenza alla caduta di Berlusconi. Il tutto in tre libri che raccontano ciascuno un pezzo di questo dopoguerra. Cerco di essere uno scrittore eclettico anche per non fissare la mia cifra narrativa su un solo genere».

 

C’è un elemento di novità nell’ultimo romanzo, Gli invisibili, una follia, un mistero che sfiora il gotico e il fantastico, che sembra una novità nel suo modo di narrare.

«Sì è vero. È il Po che me l’ha suggerito. Tuttora sopravvive una mitologia sulle sue rive che affascina e si tramanda. È la follia onirica che è suggerita dalla nebbia. Quando non vedi devi immaginare la realtà. La nebbia, la “fumana”, ha una dimensione straordinariamente creativa».

 

Varesi è uno scrittore della Bassa e della collina, dove ha ambientato alcuni suoi romanzi, ma Parma resta una città che ha narrato in una maniera nuova, con grande successo anche in Francia e in altri paesi.

«Parma è una città gradevole e insopportabile, colta ma spesso provinciale, “piccola Parigi” bertolucciana, ma chiusa e autocompiaciuta. Parma è una città che risente d’essere stata una corte con élites di grande livello ma anche cortigiani di bassa lega. È una città dove il melodramma ha improntato gran parte delle modalità di vivere dei parmigiani che amano l’ostentazione da palcoscenico. Sono il contrario dei vicini reggiani o mantovani molto più riservati e tendenti al silenzio».

 

Varesi s’immerge nei meandri della realtà. Nei suoi romanzi si va sempre oltre la trama, l’indagine. Ne Gli invisibili c’è un’attenzione ai personaggi ai margini, che restano nell’ombra…

«Io seguo la lezione di Simenon, di Scerbanenco, Gadda, Sciascia, Izzo e della scuola francese che oggi esprime Manotti o Carrère, vale a dire il romanzo che, attraverso un’indagine tradizionale, si immerge nei problemi dell’oggi. Papa Francesco ha detto che il pastore deve puzzare del suo gregge e io dico che chi scrive noir deve puzzare di realtà, scandagliarla sporcandosene le mani».

 

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VALERIO VARESI È STATO INSIGNITO DEL PRESTIGIOSO PREMIO LETTERARIO VOLPONI 2020

La critica a il mio “La paura nell’anima” di un fine letterato come Alessandro Castellari

 

In questo bel “Soneri”, a mio parere il migliore della serie, noi lettori siamo costretti a cercare “le cose più importanti”, non quelle delle indagini; e questa è una tendenza già manifestatasi in altri gialli di Varesi, quella di non far giungere alla banale evidenza logica dell’investigazione, come nei gialli classici, ma di farci inoltrare nel mondo ombroso ed inafferrabile del profondo.
A me pare infatti che siamo di fronte ad una doppia “ispirazione”: quella tratta dalle vicende di Igor nella bassa bolognese e quella depositata nelle stalle e nelle camere da letto delle nostre montagne: racconti di fate maligne, di folletti dispettosi, come Buffardello, che fanno riemergere in Soneri (in Varesi?) antiche paure.
La vicenda, ambientata a Montepiano nell’Appennino parmense, si muove attorno alla caccia di Vladimir che, uscito di prigione, ha ucciso un uomo a Colorno e forse si aggira su quei monti. Ma Vladimir è un personaggio trasformistico, “obliquo”, che s’aggira ovunque “come una ossessione”. Una delle qualità del racconto è quella di una caccia inutile a Vladimir, cosicché la sua è una figura sempre incombente e mai definita, come una figura del nostro immaginario, come l’ombra che noi stessi proiettiamo. Poi c’è la vicenda del ragazzo ucciso che si interseca con la vana caccia al serbo: il tutto in una comunità chiusa, quella di Montepiano, nella quale i segreti nascosti tracimano come il liquido di una botte piena sballottata da questi avvenimenti. Così il paese diventa un groviglio di sussurri, di paure, di risentimenti, di rancori, di ricatti, di vanità. È la fuoriuscita di un collettivo ed individuale rimosso non rielaborato.
Ciò nulla toglie alla più acuminata rappresentazione sociologica: l’assemblea col capitano Marrone dei paesani impauriti che chiedono sicurezza; l’acquisto tumultuoso di inferriate, faretti, serrature videocamere; l’imbandire la soglia di casa di vivande perché il bandito non entri a cercare cibo sono realtà deprimenti delle nostre cronache recenti.
Ci sarebbe da dire (e sarebbe l’aspetto di un testo nel quale di solito mi cimento più volentieri) anche della lingua e dello stile di questo “Soneri”: quegli inquietanti rumori notturni, l’ululato dei lupi, gli spari dei bracconieri, le voci e le grida sul crinale delle montagne, che creano un alone di paurosa inquietudine, resi da una prosa, quella di Varesi, così precisa nel nominare i suoni, le luci, le piante di quegli amati monti: “Un’ombra di alopecia sui pascoli, di erba lupina, di rododendri e mirtilli”.
Ma quello che ora soprattutto mi interessa è altro, è quel fondo “perturbante” su cui si basa tutto il racconto. Ci vogliono la solitaria guaritrice, la vecchia maestra e il vecchio sindaco in carrozzella ad indicarcelo. Antenice Rocchi ci dice che tutto è fatto della medesima sostanza: rocce, alberi, animali, insetti… Anemia ci rivela che la presenza/assenza di Vladimir intacca gli animi come la ruggine perché dà forma allo “spirito maligno che abbiamo dentro”. Olindo Benati è consapevole che “esistono cose che non possiamo dominare”, tanto che le fantasie e le paure sul serbo sono la proiezione dell’oscuro che ci abita.
Io non so se Varesi fosse pienamente consapevole che il suo La paura nell’anima aveva come tema esattamente il “perturbante”. A volte capita che i racconti vadano al di là delle intenzioni dei loro autori.
Freud, a proposito dell’Uomo della sabbia di Hoffmann, disse che quel racconto era “l’esempio perfetto” del “perturbante”. In tedesco la parola è Unheimliches , ed è parola quasi intraducibile. Ma se è vero che Heimlich vale per “domestico”, per ciò che è legato all’intimità più preziosa della casa, l’Un-heimliches è ciò che “turba” questo nucleo intimo. E lo turba, aggiunge Freud, proprio in ragione della sua vicinanza. Nella novella di Hoffmann “l’uomo della sabbia” (che, secondo ciò che dice al figlioletto la mamma, non deve sorprendere i bimbi ancora svegli, altrimenti li acceca gettando sabbia nei loro occhi) non è altro che Coppelius, un amico del babbo. Personaggio domestico ed estraneo al tempo stesso. Personaggio ambivalente e perturbante. Il “perturbante” freudiano è dunque quel non domestico, quell’ignoto in cui sentiamo risuonare qualcosa di domestico e di noto.
Vladimir è una figura dell’ombra, del doppio, del perturbante: è l’estraneo che temiamo e che ci assedia, e nel quale orribilmente troviamo noi stessi.

Recensioni al libro GLI INVISIBILI    

“Il commissario Soneri, per la sottile, arguta malinconia delle sue storie e lo sguardo da entomologo delle passioni umane del suo autore Valerio Varesi, è un vero Maigret della Bassa Padana.”

Giuliano Aluffi, Il Venerdì di Repubblica,

“Se l’indagine ruota intorno all’uomo senza nome, il libro esplora molto altro. Il rapporto padri e figli, anzitutto, che diventa scontro generazionale, tra il piccolo mondo antico dove il patriarca pur tra mille sopraffazioni conservava una sua umanità e i figli persi dietro il dio denaro. E poi la provincia dove tutti sanno tutto di tutti, eppure regna l’indifferenza che sfocia in omertà, specie nei confronti di chi ha il potere e i soldi. «Soneri – racconta Varesi – invecchiando è più arrabbiato, indignato, una volta prevaleva l’aspetto del rammarico, della nostalgia su quanto non è stato. In ogni caso, dopo vent’anni insieme, al mio commissario voglio bene».”

Emanuela Giampaoli, La Repubblica,

“Non più solo un’indagine, ma l’accensione di un faro nel buio dell’umanità. Varesi, con la sua abilità nel destreggiarsi tra nebbia e delitti, costruisce ancora una volta un giallo emozionante. Cala il suo personaggio preferito nelle piccole miserie umane, scava nelle storie, restituisce, appunto, una dignità anche al matto che crede nella presenza di mostri nel Po, tra riflessi della coscienza e l’ignoranza di chi non ha mai superato di un metro il confine della propria vita. Scava tra i segreti custoditi nei paesi, nelle parrocchie e negli studi medici o perfino in quelli che una volta chiamavamo manicomi. Varesi entra in questo mondo in punta di piedi, tra culatello, strolghino e Bonarda, che gli permettono di guadagnarsi la fiducia di chi vede, anche attraverso la nebbia, ma poi chiude gli occhi e alza barriere che sono come i sacchi di sabbia per proteggersi dalla piena. ”

Lorenzo Cresci, La Stampa,

“Varesi penetra nei drammi della società utilizzando con abilità la trama del poliziesco muovendosi tra intuito e deduzione: gli invisibili di cui siamo circondati giocano, malgrado loro, un ruolo di primo piano, anche se alla fine a vincere sono sempre ‘i sopravvissuti, i cinici e gli indifferenti’, come amaramente constata in chiusura lo stesso Soneri, in questo romanzo che si fa apprezzare per un’efficacia e solida architettura narrativa.”

Federico Migliorati, Il Gazzettino nuovo,

“Una scrittura colta e raffinata in grado di far emergere l’anima delle persone e dei luoghi.”

Mauro Trotta, Il Manifesto,