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Recensioni & Testimonianze

LA CRITICA A IL MIO “LA PAURA NELL’ANIMA” DI UN FINE LETTERATO COME ALESSANDRO CASTELLARI

In questo bel “Soneri”, a mio parere il migliore della serie, noi lettori siamo costretti a cercare “le cose più importanti”, non quelle delle indagini; e questa è una tendenza già manifestatasi in altri gialli di Varesi, quella di non far giungere alla banale evidenza logica dell’investigazione, come nei gialli classici, ma di farci inoltrare nel mondo ombroso ed inafferrabile del profondo.
A me pare infatti che siamo di fronte ad una doppia “ispirazione”: quella tratta dalle vicende di Igor nella bassa bolognese e quella depositata nelle stalle e nelle camere da letto delle nostre montagne: racconti di fate maligne, di folletti dispettosi, come Buffardello, che fanno riemergere in Soneri (in Varesi?) antiche paure.
La vicenda, ambientata a Montepiano nell’Appennino parmense, si muove attorno alla caccia di Vladimir che, uscito di prigione, ha ucciso un uomo a Colorno e forse si aggira su quei monti. Ma Vladimir è un personaggio trasformistico, “obliquo”, che s’aggira ovunque “come una ossessione”. Una delle qualità del racconto è quella di una caccia inutile a Vladimir, cosicché la sua è una figura sempre incombente e mai definita, come una figura del nostro immaginario, come l’ombra che noi stessi proiettiamo. Poi c’è la vicenda del ragazzo ucciso che si interseca con la vana caccia al serbo: il tutto in una comunità chiusa, quella di Montepiano, nella quale i segreti nascosti tracimano come il liquido di una botte piena sballottata da questi avvenimenti. Così il paese diventa un groviglio di sussurri, di paure, di risentimenti, di rancori, di ricatti, di vanità. È la fuoriuscita di un collettivo ed individuale rimosso non rielaborato.
Ciò nulla toglie alla più acuminata rappresentazione sociologica: l’assemblea col capitano Marrone dei paesani impauriti che chiedono sicurezza; l’acquisto tumultuoso di inferriate, faretti, serrature videocamere; l’imbandire la soglia di casa di vivande perché il bandito non entri a cercare cibo sono realtà deprimenti delle nostre cronache recenti.
Ci sarebbe da dire (e sarebbe l’aspetto di un testo nel quale di solito mi cimento più volentieri) anche della lingua e dello stile di questo “Soneri”: quegli inquietanti rumori notturni, l’ululato dei lupi, gli spari dei bracconieri, le voci e le grida sul crinale delle montagne, che creano un alone di paurosa inquietudine, resi da una prosa, quella di Varesi, così precisa nel nominare i suoni, le luci, le piante di quegli amati monti: “Un’ombra di alopecia sui pascoli, di erba lupina, di rododendri e mirtilli”.
Ma quello che ora soprattutto mi interessa è altro, è quel fondo “perturbante” su cui si basa tutto il racconto. Ci vogliono la solitaria guaritrice, la vecchia maestra e il vecchio sindaco in carrozzella ad indicarcelo. Antenice Rocchi ci dice che tutto è fatto della medesima sostanza: rocce, alberi, animali, insetti… Anemia ci rivela che la presenza/assenza di Vladimir intacca gli animi come la ruggine perché dà forma allo “spirito maligno che abbiamo dentro”. Olindo Benati è consapevole che “esistono cose che non possiamo dominare”, tanto che le fantasie e le paure sul serbo sono la proiezione dell’oscuro che ci abita.
Io non so se Varesi fosse pienamente consapevole che il suo La paura nell’anima aveva come tema esattamente il “perturbante”. A volte capita che i racconti vadano al di là delle intenzioni dei loro autori.
Freud, a proposito dell’Uomo della sabbia di Hoffmann, disse che quel racconto era “l’esempio perfetto” del “perturbante”. In tedesco la parola è Unheimliches, ed è parola quasi intraducibile. Ma se è vero che Heimlich vale per “domestico”, per ciò che è legato all’intimità più preziosa della casa, l’Un-heimliches è ciò che “turba” questo nucleo intimo. E lo turba, aggiunge Freud, proprio in ragione della sua vicinanza. Nella novella di Hoffmann “l’uomo della sabbia” (che, secondo ciò che dice al figlioletto la mamma, non deve sorprendere i bimbi ancora svegli, altrimenti li acceca gettando sabbia nei loro occhi) non è altro che Coppelius, un amico del babbo. Personaggio domestico ed estraneo al tempo stesso. Personaggio ambivalente e perturbante. Il “perturbante” freudiano è dunque quel non domestico, quell’ignoto in cui sentiamo risuonare qualcosa di domestico e di noto.
Vladimir è una figura dell’ombra, del doppio, del perturbante: è l’estraneo che temiamo e che ci assedia, e nel quale orribilmente troviamo noi stessi.

 

LA PAURA NELL’ANIMA

La critica a il mio “La paura nell’anima” di un fine letterato come Alessandro Castellari

In questo bel “Soneri”, a mio parere il migliore della serie, noi lettori siamo costretti a cercare “le cose più importanti”, non quelle delle indagini; e questa è una tendenza già manifestatasi in altri gialli di Varesi, quella di non far giungere alla banale evidenza logica dell’investigazione, come nei gialli classici, ma di farci inoltrare nel mondo ombroso ed inafferrabile del profondo.
A me pare infatti che siamo di fronte ad una doppia “ispirazione”: quella tratta dalle vicende di Igor nella bassa bolognese e quella depositata nelle stalle e nelle camere da letto delle nostre montagne: racconti di fate maligne, di folletti dispettosi, come Buffardello, che fanno riemergere in Soneri (in Varesi?) antiche paure.
La vicenda, ambientata a Montepiano nell’Appennino parmense, si muove attorno alla caccia di Vladimir che, uscito di prigione, ha ucciso un uomo a Colorno e forse si aggira su quei monti. Ma Vladimir è un personaggio trasformistico, “obliquo”, che s’aggira ovunque “come una ossessione”. Una delle qualità del racconto è quella di una caccia inutile a Vladimir, cosicché la sua è una figura sempre incombente e mai definita, come una figura del nostro immaginario, come l’ombra che noi stessi proiettiamo. Poi c’è la vicenda del ragazzo ucciso che si interseca con la vana caccia al serbo: il tutto in una comunità chiusa, quella di Montepiano, nella quale i segreti nascosti tracimano come il liquido di una botte piena sballottata da questi avvenimenti. Così il paese diventa un groviglio di sussurri, di paure, di risentimenti, di rancori, di ricatti, di vanità. È la fuoriuscita di un collettivo ed individuale rimosso non rielaborato.
Ciò nulla toglie alla più acuminata rappresentazione sociologica: l’assemblea col capitano Marrone dei paesani impauriti che chiedono sicurezza; l’acquisto tumultuoso di inferriate, faretti, serrature videocamere; l’imbandire la soglia di casa di vivande perché il bandito non entri a cercare cibo sono realtà deprimenti delle nostre cronache recenti.
Ci sarebbe da dire (e sarebbe l’aspetto di un testo nel quale di solito mi cimento più volentieri) anche della lingua e dello stile di questo “Soneri”: quegli inquietanti rumori notturni, l’ululato dei lupi, gli spari dei bracconieri, le voci e le grida sul crinale delle montagne, che creano un alone di paurosa inquietudine, resi da una prosa, quella di Varesi, così precisa nel nominare i suoni, le luci, le piante di quegli amati monti: “Un’ombra di alopecia sui pascoli, di erba lupina, di rododendri e mirtilli”.
Ma quello che ora soprattutto mi interessa è altro, è quel fondo “perturbante” su cui si basa tutto il racconto. Ci vogliono la solitaria guaritrice, la vecchia maestra e il vecchio sindaco in carrozzella ad indicarcelo. Antenice Rocchi ci dice che tutto è fatto della medesima sostanza: rocce, alberi, animali, insetti… Anemia ci rivela che la presenza/assenza di Vladimir intacca gli animi come la ruggine perché dà forma allo “spirito maligno che abbiamo dentro”. Olindo Benati è consapevole che “esistono cose che non possiamo dominare”, tanto che le fantasie e le paure sul serbo sono la proiezione dell’oscuro che ci abita.
Io non so se Varesi fosse pienamente consapevole che il suo La paura nell’anima aveva come tema esattamente il “perturbante”. A volte capita che i racconti vadano al di là delle intenzioni dei loro autori.
Freud, a proposito dell’Uomo della sabbia di Hoffmann, disse che quel racconto era “l’esempio perfetto” del “perturbante”. In tedesco la parola è Unheimliches, ed è parola quasi intraducibile. Ma se è vero che Heimlich vale per “domestico”, per ciò che è legato all’intimità più preziosa della casa, l’Un-heimliches è ciò che “turba” questo nucleo intimo. E lo turba, aggiunge Freud, proprio in ragione della sua vicinanza. Nella novella di Hoffmann “l’uomo della sabbia” (che, secondo ciò che dice al figlioletto la mamma, non deve sorprendere i bimbi ancora svegli, altrimenti li acceca gettando sabbia nei loro occhi) non è altro che Coppelius, un amico del babbo. Personaggio domestico ed estraneo al tempo stesso. Personaggio ambivalente e perturbante. Il “perturbante” freudiano è dunque quel non domestico, quell’ignoto in cui sentiamo risuonare qualcosa di domestico e di noto.
Vladimir è una figura dell’ombra, del doppio, del perturbante: è l’estraneo che temiamo e che ci assedia, e nel quale orribilmente troviamo noi stessi.